venerdì, dicembre 30, 2005

Il finestrino sull’ala

Io l’ho vista. E’ inutile che cerchiate di convincermi del contrario. Io l’ho vista la faccia di quell’uomo quando ha guardato fuori dal finestrino. Ho visto con quale brivido negli occhi ha poi spostato lo sguardo verso il centro dell’aereo, verso di noi, verso di me. Voleva sapere se avessimo visto tutti la stessa cosa. Sì! Avrei voluto gridare – non sei solo, nessuno di noi è solo. Invece son stata zitta. Eppure ci penso ancora, anche ora che tutti dormono e il viaggio è solo a metà. Quello sguardo io lo conosco. L’ho incontrato per la prima volta 17 anni fa. Quando l’hostess all’imbarco mi ha strappato di mano il biglietto dicendomi “arrivederci”, ho provato la netta sensazione che invece non l’avrei rivista più. Non che di solito io riveda una stessa hostess per più di una volta, ma ero certa, certissima, che questa non l’avrei mai più potuta vedere. Odio gli step di ogni viaggio. Sveglia, colazione, preparazione, auto, bagagli, bacio, strada, parcheggio, bagagli, check-in, metaldetector, imbarco, bus, scaletta, saluto, sedere, bagaglio sotto il sedile, cinture. Quando arrivo alle cinture, però, sono una donna felice. Posso anche addormentarmi subito, senza neanche attendere il decollo. Non ho paura, io. Dopo avere immagazzinato le sensazioni la prima volta, non mi è più servito restare sveglia. Oggi è diverso. Oggi l’hostess mi ha detto arrivederci e mi sembrava piangesse. Mi è dispiaciuto. So cosa vuol dire dare un addio. Ma anche lei deve riuscire a farsene una ragione, ognuno ha un lavoro e il suo è quello, dire arrivederci. Anche al suo ex che si è appena imbarcato. Con un'altra. Sul bus non ho guardato in faccia alcuno. I volti della gente che sta per affrontare un viaggio come questo mi infastidiscono. Voglio ricordare quelli che ho visto uscendo di casa la mattina, li preferisco, so che sono lì, mi aspettano. In aereo il mio posto è sempre finestrino sull’ala. All’inizio mi infastidiva, ero convinta che fosse una punizione, l’obbligo a non guardar fuori, di restare isolata dal mondo, e dal cielo. Col tempo, invece, ho imparato ad apprezzarne i vantaggi. Anche quell’uomo, che ora si agita nel sonno, oggi ha capito che grande vantaggio ci sia ad avere il posto finestrino sull’ala. Serve a non vedere quello che lui ha visto, e che adesso non lo fa dormire. Le hostess sono le uniche immuni. Devono essere sempre attente e scattanti, non possono concedersi distrazioni. I piloti no. Sono convinta che loro sappiano la verità meglio di tutti. Che durante il primo volo notturno, quello che fanno da soli, loro e l’ istruttore, gli venga insegnato come andare avanti. Nonostante tutto. E’ per questo che i piloti scarseggiano, le hostess aumentano. Ripenso a quella che mi ha strappato il biglietto in aeroporto, e mi dispiace saperla a terra. Se fosse salita anche lei, non avrebbe più pianto. O avrebbe pianto per sempre. L’uomo che ha visto tutto, si è appena svegliato con un piccolo urlo. Un incubo, lo so. Un incubo. Li ricordo anche io. Mi alzo e mi avvicino a lui. Dormono tutti e sono graziosi. In molti hanno abbassato la tendina del finestrino, si sentono più tranquilli così, meno vulnerabili. Dovrebbero scrivere frasi del tipo “State tranquilli, va tutto bene”, sopra quelle chiusure. E’ così facile convincere la gente che non aspetta altro che una bugia. - Se vuole possiamo scambiarci il posto – gli dico. Lui non capisce subito. - Ho il posto sull’ala, io. - Volentieri – mi fa, e lo dice con una tenerezza mista terrore e vergogna che mi inibisce. Non volevo metterlo in imbarazzo. - Ma lei… Non è il caso di intavolare una discussione alle 3 di notte su un aereo che sta attraversando mezzo mondo per portare persone ad uno stupidissimo convengo, almeno immagino, lui e altri venti qui. Gli altri probabilmente se ne vanno in vacanza, come me, o sono trafficanti di armi battereologiche (lo penso sempre quando sono in aereo, qualche trafficante c’è, deve sempre esserci). - Svegliamo gli altri, è meglio che vada al mio posto, e buonanotte – sentenzio. - Grazie. Va. Lo guardo allontanarsi piano. E mi accorgo come nei suoi occhi ci sia ancora quello sguardo pieno di terrore. Prima di sedermi, mi ricordo la prima volta. 17 anni fa. Ero una bambina, volevo guardare fuori dal finestrino, vedere le luci di notte. Ma di notte no, non ci sono le luci fuori dai finestrini degli aerei, nel cielo. Mi siedo. Apro la tendina. Occhi chiusi. Da quanto tempo mi aspettano. 17 anni. Apro gli occhi. Guardo. Fuori dal finestrino, le Ombre festeggiano il mio ritorno.