lunedì, dicembre 12, 2005

Darlin’, you know I can’t write my life

Cantavo Darlin’ You Know I Love You e mi è tornata la voglia di scrivere.
Sarà che cantavo pensando ad un’ipotetica me stessa proiettata in una nebbiolina sottile e la vedevo più nitida del solito.
Sarà che cantavo una canzone che non mi spetta e questa mia irrispettosità mi dava una leggera ed eccitante agitazione.
Sarà.

Cantavo Darlin’ You Know I Love You.
E riflettevo su come a volte gli altri pensano che abbia smesso le dolorose azioni masochistiche con cui per anni ho caratterizzato la mia esistenza emotiva, solo perché mi dedico ad un quieto scorrere del tempo, chiusa in un mutismo che mai mi avrebbero attribuito.
[Proprio con questa considerazione concludeva una imprevista telefonata perfino il mio passato - che ride di un riso così diverso che quasi non riconosco più - lasciandomi ad aspettare che il turbinio, inaspettatamente innescato dal trillo del telefono, finisse e tutto tornasse normale.]

Sono brava a tacere se le circostanze lo richiedono.
Che poi anche questa è una normale mutazione dell’essere.
Non c’è da trovare spiegazioni. Tutto cambia per un ordine superiore. Quando non importa, in un’ora, un giorno, un anno o dopo dieci anni, tutto prima o poi muta, si trasforma, plasma nuovamente se stessa. Anche noi.
Perché va bene che siamo tutti ingenui nostalgici attaccati ai ricordi di quello che era e che non torna più, ma non c’è niente di più malsano di voler a tutti i costi ancorarsi ad un principio ormai superato.
Io ho imparato come uscire da questi momenti di perdita ‘di quel che era’: con una moderata disperazione m’invento un dio da invocare, il peggiore possibile, affinché possa deludermi senza farmi troppo male. E gli altarini su cui sacrificavo il mio tempo e il mio cuore in attesa di un segno, li trasformo in reliquie da profanare giorno dopo giorno.
Ci vuole stile nel perdere quello che sembrava impossibile smarrire. E ci vuole una buona dose di coraggio per non guardare indietro.

Anche qui, su queste pagine, è tutto ormai così lento e statico, così pieno di un’attesa che non si colma mai.
Ma non è una scelta del caso, è la conseguenza meditata del mio mutismo generalizzato.
E’ che preferisco starmene a cantare Darlin’ You Know I Love You, che scoperchiare il mio vaso di Pandora.
Preferisco riferire emozioni alla mia proiezione nella nebbiolina, che svuotare sacchi di parole che interesserebbero davvero solo un paio di persone.
E’ che sono brava a trovare giustificazioni plausibili. Vero?

La verità, cari miei, è che v’è sempre una motivazione più nobile quando si smette di dire quello che si vorrebbe dire.
Mi scuserete l’assenza,di riferimenti dirette, ma ho capito che le parole, se non controllate, possono diventare lame così taglienti da fare male, a chi, anche se è il mio peggior incubo ogni notte, non lo merita.